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CONFINDUSTRIA: LA SOLITUDINE DEL NUMERO UNO di Mario Michele Pascale

Sconfessata, dalle stesse imprese, la linea dura del presidente Bonomi su contratti e retribuzioni. E l’annuncio da parte del premier Conte di uno "Statuto delle imprese" va a limitare la “libertà” degli imprenditori ed il potere contrattuale di Confindustria

Il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi

Correva appena il 29 settembre di quest’anno quando il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, nel corso dell’assemblea dell’organizzazione, leggendo la sua relazione, fece intendere, per bene, che di mettere mano alle retribuzioni dei lavoratori non se ne parlava proprio. Pur non negando la possibilità, da parte delle imprese, di sottoscrivere nuovi contratti, nei fatti il presidente le scoraggiava, prendendosela con quelli che lui stesso ha chiamato “contratti pirata”, fuori dai “principi chiari sulla rappresentanza”.

Rappresentanza che, nelle sue parole, per l’universo datoriale, spetterebbe solo a Confindustria.


Il mandato di Bonomi vuole portare una ventata nuova nell’organizzazione datoriale. Un vento, il suo, sostenuto ideologicamente dal Max Weber de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Non è un caso che il filosofo e sociologo tedesco sia direttamente citato nella relazione.

Alcuni interpreti hanno parlato anche di “rito ambrosiano”, che si compirebbe immettendo, per via endovenosa, la mentalità meneghina in tutte le aziende del paese.

Peccato che il tessuto italiano sia culturalmente cattolico. L’etica protestante non ha mai attecchito al di fuori dei dipartimenti di germanistica delle università.

Il cattolicesimo, ce lo insegnano direttamente quarant'anni di Democrazia Cristiana e indirettamente l'intera dottrina sociale della chiesa, è morbido, comodo, mediatore tra

Adriano Olivetti

interessi. In un certo qual senso è saggio: vive e lascia vivere. Di fondo “l’operaio” ha dignità di soggetto umano ed il “padrone” è anche padre. L’industria italiana, soprattutto le PMI, non sono macchine, ma entità biologiche. Sono dotate di sensibilità, vedi Adriano Olivetti. Certo qui vale la lezione di Marx sulla “potenza sociale del capitale”, che ci dice che l’imprenditore può essere la persona più buona del mondo, magari buddista e vegano, può finanziare centri per il recupero delle tartarughe marine e fare beneficenza per i lepridi della Lapponia, ma in quanto ente economico fa quel che deve fare, con tutta la durezza e la crudezza necessarie. Ma finché non è in gioco la sopravvivenza dell’imprenditore o dell’impresa il padrone e l’operaio tendono a comporre i rispettivi interessi. In questo quadro è chiaro che una ventata di durezza a carattere puramente ideologico e dottrinale come quella di Bonomi lascia interdetti.


Non è un caso che la linea Bonomi sul fronte dei contratti si sia sgretolata. La stragrande maggioranza delle 6.850 industrie alimentari italiane, con 385mila lavoratori e un giro d'affari totale di 137 miliardi di euro annui, pari all'8% del Pil nazionale, ha rinnovato i contratti, mettendo mano anche alle retribuzioni. In questo caso vince la saggezza. Perché fare di contratti e stipendi, qualora sostenibili, un affare di principio quando il paese è in difficoltà? Perché distogliere gli imprenditori dal faticoso lavoro della ripresa economica, impegnandoli in questioni sindacali? Perché, dal punto di vista dei sindacati, acuire lo scontro per andare a sbattere, magari, in una ristrutturazione aziendale?

Un vero schiaffo in faccia per il “rito ambrosiano” di Bonomi.


Il secondo schiaffo arriva dal premier Conte. Questi, dopo aver detto a chiare lettere a Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, che lo statuto dei lavoratori va revisionato, dice che, parallelamente, va fatto anche uno “Statuto delle imprese”. Ora, non vi è nulla di nuovo nel chiedere al sindacato di dover mediare tra le proprie esigenze e quelle degli imprenditori. Il finale è d’obbligo: il sindacato accetterà sacrifici per il bene comune, portando a casa la propria “pagnotta”. Quindi chiedere la revisione dello Statuto dei lavoratori non è un insulto, ma una delle tante cose su cui lavorare per il supremo interesse del paese. Al contrario la vita delle imprese è baricentrata sul concetto di libertà. lo “Statuto delle imprese”, in quanto serie di regole da rispettare, va ad incidere direttamente sulla libertà dei singoli imprenditori ed impatta sul potere contrattuale di Confindustria.


Maurizio Landini e Giuseppe Conte

Torniamo all’assemblea 2020 di Confindustria e alla relazione di Bonomi. Nel suo ragionamento era presente un attacco frontale alla politica che andava ben al di là della semplice critica: si diceva chiaramente che gli imprenditori saprebbero fare di meglio, sia per l’economia che per il paese. In quella sede lo sguardo di Giuseppe Conte era attento e insieme sornione. Suonava come un “si, si… poi ti faccio vedere io”. Sia chiaro, chi scrive qui non ha molta simpatia per Conte, anzi. Ma devo ammettere che, a fronte della durezza di Bonomi, del suo stile simil meneghino fuori dal tempo, dallo spazio e dalla cultura d’impresa italiana e alla sua deificazione dell'imprenditore, uno “Statuto delle imprese”, inteso in senso vincolante, ci starebbe proprio bene.


Morale: chi abita in una casa di vetro, non lanci sassi. Ed ancora: chi vuole condurre eserciti in battaglia ogni tanto dovrebbe voltarsi indietro. Magari si renderebbe conto che le sue truppe lo stanno abbandonando …


Mario Michele Pascale



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