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ERDOGAN NEL MEDITERRANEO di Mario Michele Pascale

L’espansionismo turco ha come suo veicolo primario il mare e come dottrina quella della “patria blu”. Il Mediterraneo da Mare Nostrum corre il rischio di tramutarsi nel lago privato di Ankara
Recep Tayyip Erdoğan

Quando l’allora ministro degli esteri, poi primo ministro turco, Ahmet Davutoglu, lanciò l’idea di “patria blu”, a sua volta figlia di una riflessione geo politica che ha le sue radici alla fine degli anni ‘80, non venne preso molto sul serio. Questo principalmente perché un neo ottomanesimo che voleva riportare Ankara alla grandezza di un tempo, ritagliando sfere di influenza sull’Egeo, i Balcani e il Medio Oriente, cozzava con l’esistenza della NATO e la coesistenza, nell’alleanza, di paesi anch’essi facenti parte della NATO.

Non solo. L’eco del “romanticismo occidentale” di Eltsin, che ammorbidiva notevolmente il rapporto tra Mosca, Washington e l’Europa, ancora non si era del tutto spento nella società russa. Gli oligarchi filo occidentali resistevano ai tentativi di ristatalizzazione delle risorse naturali e del parco industriale russo di Vladimir Putin.

In questa ottica un dinamismo eccessivo della Turchia sarebbe stato fuori luogo.


La “patria blu” ha avuto lo stesso destino della “dottrina Monroe”. Nessuno l’ha presa sul serio, al principio. Ma poi è diventata un pilastro della politica estera per tutti.

Ma cos’è di preciso la “patria blu”? Essa vuol dire controllare il mare per controllare le risorse energetiche e imporre l’influenza turca. Scopo politico che ha un significato anche economico: sarà il mare, nella visione che fu di Davutoglu la cui esecutività oggi è un’esclusiva di Erdogan, a sostenere i piani egemonici e di leadership di una Turchia che vuole riemergere dopo un secolo dal trattato di Losanna.


Soldati turchi in Libia

Risultato: la Grecia continua a subire il crescente dinamismo di Ankara e a dover vedere le ricerche petrolifere turche nell’Egeo scortate da navi da guerra.

Cipro, dopo l’occupazione della parte settentrionale, vede continue violazioni della propria sovranità nella sua Zona Economica Esclusiva. Sempre più pressanti i tentativi di Erdogan di inserirsi nei fondali marini di Nicosia.

In Libia la Turchia è, da un punto di vista diplomatico, padrona del campo. Avrà anche uomini sul terreno dopo che Misurata diventerà una base navale turca nel Mediterraneo centrale.

Nel Mar Nero la Turchia ha annunciato la scoperta di un giacimento di gas. Ankara guarda alle sue coste settentrionali e a quel mare conteso tra Nato e Russia.

In Qatar la Turchia ha installato una base militare per controllare le rotte del Golfo Persico. In Somalia Erdogan è l’unico leader internazionale riconosciuto dalla comunità locale. Anche lì Ankara ha propri uomini sul campo.


La strategia della “patria blu” viene sorretta anche da un potenziamento della marina da guerra. Essa conta 250mila uomini che la rendono una delle forze più importanti dell’Alleanza Atlantica. Erdogan ha un sogno tutto suo, esattamente come le grandi nazioni della prima guerra mondiale vuole suggellare la potenza turca con il varo di una nave da sogno. E sta lavorando ad una portaerei, che diventerà la nave ammiraglia della flotta, totalmente made in Turkey.


L’Europa sta a guardare, attendendo un cenno dagli States, e guardandosi bene dal prendere qualsiasi iniziativa volta a limitare l’espansionismo turco. L’Italia si lascia prendere a schiaffi. Il sequestro dei pescatori siciliani operato dai libici di Haftar, parliamo di 18 persone e due pescherecci, tuttora detenuti illegalmente a Bengasi, è potuto avvenire perchè dietro al modesto generale vi è l’ombra pressante di Erdogan che gli garantisce una qual certa impunità. Bengasi sostiene che i pescherecci sarebbero entrati nella propria Zona Economica Esclusiva (Zee). Inutile dire che non esiste nessun accordo tra Italia e Bengasi sulla delimitazione delle ZEE. Anzi Haftar ha posto il problema della delimitazione degli spazi marittimi a Malta e Grecia, evitando accuratamente di invitare l’Italia ai negoziati.


La Turchia di Erdogan ha sempre goduto di uno status particolare. Ha fatto quel che le piaceva senza essere presa troppo sul serio perché si pensava, a torto, che avrebbe comunque avuto bisogno dell’ombrello protettivo della Nato in funzione anti russa. Ma quando Ankara ha iniziato a svolgere una propria politica estera, giocando di sponda ora con Mosca, ora con Washington, ricattando l’Europa sulla questione migranti in cambio di un sostanziale via libera nell’Egeo oltre che di vile denaro, e da quando si è posta come punto di riferimento dei musulmani, molti si sono resi conto di aver scherzato con il fuoco. Che la Turchia era solo nominalmente un membro della Nato a che, di fatto, aveva una visione decisamente “laica”, ed una pratica politica ferocemente opportunista.


Mogherini e Gentiloni

In Italia, spesso, soprattutto a sinistra, si è giustificato l’atteggiamento turco al di là di ogni ragionevole buon senso e buon gusto, citando, a pappagallo, i comunicati provenienti dal loro ministero degli esteri.

Oggi l’Italia paga care due cose: un eccessivo appiattimento sulla Nato e la carenza di una visione politica internazionale. Non è un mistero per nessuno che la politica estera italiana è stata portata avanti, e viene portata avanti, dai tecnici della Farnesina. Ottimi esecutori ai quali, però, non si può chiedere una proiezione strategica né il coraggio necessario.

L’elemento politico, che si chiami Di Maio, Gentiloni o Mogherini, è stato ed è meramente decorativo.


Mario Michele Pascale



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