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LA POLITICA ESTERA DI BIDEN E’ UN DISASTRO di Mario Michele Pascale

Aggiornamento: 22 mar 2021

Vladimir Putin definito un assassino. I cinesi trattati a pesci in faccia davanti alle tv. Tutti gli errori del neo presidente americano, che appare tragicamente inadatto al suo ruolo
Biden inciampa sulla scala dell'Air Force One

Quando il mondo ha visto Joe Biden incespicare ripetutamente sulle scale dell’aereo presidenziale, il pensiero è andato subito al sibilante “gli auguro buona salute” proferito da Vladimir Putin, con tanto di sguardo obliquo, dopo che il presidente americano, giorni fa, gli aveva dato dell’assassino.

Malocchio a parte il passo incerto di Biden è la rappresentazione della inadeguatezza della sua politica estera. Biden del resto è famoso per essere “poco adeguato” e portatore di pesantissime gaffes. Ripercorriamo le migliori.


JOE IL GAFFEUR

Nel 2007 parlando del neo candidato Obama alla Presidenza USA, Biden lo ha così descritto: “è il primo africano-americano di tendenza, che sa parlare bene, è sveglio, pulito e di bell’aspetto”. Descrizione degna di uno schiavista del Sud, imbarazzante e perbenista.

Nel marzo 2010, durante le celebrazioni della festa di San Patrizio, Biden ha chiesto un minuto di silenzio per ricordare la morte della madre del Premier irlandese. Era deceduto, invece, il padre del primo Ministro. La madre stava benissimo ed ha immediatamente toccato ferro.

Durante un incontro per la campagna elettorale, Biden ha chiesto a Chuck Graham, senatore del Missouri, di alzarsi in piedi. L’uomo da anni era condannato alla sedia a rotelle.

Sempre durante l’ultima campagna elettorale, Biden ha detto: “in Delaware la popolazione che cresce di più è composta da indiani americani, che provengono dall’India. Non si può entrare in un 7/11 o un Dunkin’ Donuts senza un leggero accento indiano”.

Il 22 maggio 2020 durante un'intervista al celebre show radiofonico The Breakfast club, intervistato dal dj nero Charlmagne The God, Biden afferma: "chi è indeciso se votare per me o per Trump non è un vero nero". Nemmeno Malcom X si è mai permesso di dare patenti di “vero nero”.


PUTIN ASSASSINO

Ma, come direbbero alla serata degli Oscar, the winner is la locuzione “assassino” applicata a Vladimir Putin. Qualcosa di totalmente inedito nel linguaggio delle diplomazie, a meno che non si voglia provocare una guerra.

Nabira Massrali

Questo non vuol dire, come ha rimarcato l’Unione Europea attraverso la portavoce Nabila Massrali, che Putin “in quanto presidente della Federazione russa ha la responsabilità delle azioni e delle politiche delle autorità russe” ivi comprese le violazioni dei diritti umani. Ma la cara vecchia Europa, per una volta, ha dato lezioni di saggezza. Anzitutto si è specificato che l’Unione “non commenta i commenti” e, soprattutto, la dichiarazione è stata demandata alla portavoce e, di certo, non proferita da uno dei commissari né dalla Von Der Leyen. La faccenda è stata derubricata a nota a piè di pagina. Quanto basta per non irritare Washington nè rompere il filo del già difficile dialogo di Bruxelles con Mosca.

La politica è fatta anche di forme.


I MOTIVI DI BIDEN

Ma Biden è impazzito? No, al di là delle forme discutibili vi sono anche motivazioni più solide. Come l'influenza che esercito e servizi hanno sul Presidente. Trump ignorava queste due realtà, reputandole un pericolo per la sua posizione di potere. Il Tycoon è stato ricambiato. Basti pensare al “niet” del Pentagono alla richiesta di intervento durante i disordini seguiti all’assassinio di George Floyd e al ruolo della Cia durante la procedura di impeachment dell’ormai ex presidente Trump.

Il Pentagono non si occupa di economia. Per i militari la questione è puramente militare ed il fronte vero è quello russo. La Cia, dal canto suo, brandisce i dossier sull’assalto al Campidoglio, sostenendo che la Russia avrebbe pagato gli assalitori. E’ chiaro che sia le preoccupazioni dei vertici della difesa che un intervento diretto di Mosca devono essere provati. Al momento siamo a poco più che illazioni dettate dall’isteria del momento. Biden, però, non sembra avere la lucidità per discernere, fidandosi unilateralmente di ciò che gli viene suggerito in un orecchio. E quello che gli viene detto è che gli Stati Uniti sono accerchiati.


IL DISASTRO DEL VERTICE DI ANCHORAGE

La delegazione cinese al vertice di Anchorage

La psicosi dell’accerchiamento è evidente se guardiamo ai fatti di Anchorage, dove è quasi scoppiata una rissa in quello che doveva essere il vertice Stati Uniti - Cina. Tony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti, davanti alle telecamere, ha accusato Pechino di "minare la stabilità mondiale" denunciando la repressione degli minoranze etniche, la stretta su Hong Kong, le tensioni su Taiwan, gli attacchi informatici, la militarizzazione del Mare cinese meridionale, la coercizione economica contro gli alleati. Joe Biden si è affrettato, con un tempismo eccezionale, a dirsi "orgoglioso" del capo della diplomazia americana.

Yang Jiechi, responsabile del Partito comunista cinese per gli esteri, ha replicato contestando a Washington di usare la sua potenza militare e la sua supremazia finanziaria per opprimere altri Paesi, "abusando della nozione di sicurezza nazionale per ostacolare i normali scambi commerciali e incitare gli attacchi a Pechino". Yang ha inoltre ribaltato le accuse sui diritti umani, denunciando che la situazione in Usa è ad un livello molto basso, con gli afroamericani che vengono "massacrati".


CHI SEMINA VENTO RACCOGLIE TEMPESTA

”Cominciando l'incontro sapevamo che c'era un numero di questioni sulle quali siamo fondamentalmente in disaccordo", ha detto Blinken, proseguendo: “non è una sorpresa che, avendo sollevato questi problemi in maniera chiara e diretta, abbiamo ricevuto una risposta difensiva". A meno che Blinken non fosse ubriaco è chiaro che gli Stati Uniti si sono presentati al tavolo di Anchorage cercando rogna. Chi semina vento raccoglie tempesta. Al di là del doveroso linguaggio diplomatico, che tende sempre a far vedere il bicchiere mezzo pieno, la realtà è stata quella di un fallimento totale. Blinken ha confermato l’impasse dichiarando che “i due governi sono fondamentalmente in contrasto”. Il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha aggiunto: “siamo arrivati al meeting senza farci illusioni e ne usciamo senza illusioni, rientriamo a Washington e esamineremo in da farsi”. Yang ha a sua volta notato “importanti disaccordi” e affermato che la Cina “difenderà la sua sovranità nazionale, sicurezza e interessi di sviluppo. Il nostro rafforzamento è irrefrenabile”.


PARLARE A NUORA PERCHÉ SUOCERA INTENDA ...

Biden alza (e fa alzare la voce) anche per fare scena sugli alleati della NATO. La questione della compartecipazione alle spese dell’Alleanza atlantica tiene ancora banco, così come nell’era Trump. A parte i paesi baltici e di Visegrad, che hanno un esercito puramente nominale e hanno bisogno dell’ombrello militare statunitense per difendersi da Mosca, e l’Italia, inspiegabilmente arroccata su posizioni fideisticamente atlantiste nonostante il forte dialogo commerciale con Cina e Russia, i grandi partners europei, Francia e Germania, non hanno nessuna intenzione di svenarsi per una struttura militare che risponderebbe solo parzialmente a loro. E che non sarebbe minimamente funzionale alle loro rispettive politiche estere nei Balcani come nel Maghreb. Trump, alzando la voce con Pechino e con Mosca, gonfia il petto per far vedere che gli Stati Uniti sono forti e capaci di essere leader mondiale.


Ma si sa, gonfiare il petto è un segno di debolezza. E Russia e Cina lo sanno. L’idea di Mosca e Pechino è quella di avere a che fare con un avversario in progressivo declino. Putin ha avuto a che fare prima con un Obama (e Joe Biden era vice Presidente) estremamente contraddittorio e pavido in politica estera che gli ha lasciato mano libera in Siria e in Medio Oriente. Trump è stato ancora più remissivo di Obama.

I cinesi invece, dopo due anni di guerra commerciale con Washington, dazi, gabelle e sanzioni, hanno registrato una forte crescita economica, mentre gli Stati Uniti erano in recessione, penalizzati dalle problematiche interne.

Su tutto l’assalto al Campidoglio, simbolo della fragilità del sistema politico americano e delle sue profonde tensioni sociali.


Biden sta sfidando la sorte. Lo fa per marcare una differenza tra se e Trump, senza rendersi conto che la politica estera è fatta di continuità più che di rotture. Il Tycoon poteva anche essere un pazzoide eccentrico, ma non era stupido. E aveva identificato il fronte prioritario nella guerra commerciale con la Cina. E’ chiaro che, per evitare l’isolamento, qualcosa alla Russia andava concesso. Biden, contro ogni logica, va allo scontro con entrambi i suoi nemici contemporaneamente, commettendo un errore di tattica e di strategia.

E incespica negli scalini …


Mario Michele Pascale


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