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LADRI DI GALLINE IN UN MONDO DI VOLPI

Gli Stati Uniti, l’Iran, i diritti umani ed il nucleare dopo l’elezione di Ebrahim Raisi a presidente dell’Iran
Donna iraniana al voto in un seggio di Teheran

L'ultraconservatore Ebrahim Raisi ha vinto le elezioni presidenziali in Iran con il 61,9% delle preferenze. E' quanto emerge dai risultati ufficiali annunciati dal ministero dell'Interno iraniano.

Molto distanziati gli altri candidati: il conservatore Mohsen Rezai con l'11,7%, il moderato Abdolnasser Hemmati con l'8,3% e l'altro conservatore Hassan Ghazizadeh Hashemi, con il 3,4%. Le schede nulle sono il 12,8%.

Pareri discordanti sul dato dell’affluenza: il ministero dell'Interno l’ha fissata al 48,8%. Il quotidiano riformista Etemad afferma che, inserendo nel calcoli l'alta percentuale di schede bianche e nulle, quasi il 13%, il vero dato sulla partecipazione sarebbe del 43%, pari praticamente a quella registrata lo scorso anno per le elezioni parlamentari che hanno segnato il minimo storico in una consultazione dalla fondazione della Repubblica islamica nel 1979.


CHI E’ EBRAHIM RAISI

Raisi nasce il 14 dicembre 1960 non lontano da Mashaad, una delle città sante degli sciiti e uno dei centri principali dell’Iran. La sua famiglia risulta una delle più importanti della regione.

Il Presidente dell'Iran Ebrahim Raisi

Suo padre era uno dei religiosi più influenti dell’area. Nel 1979 il giovane Raisi è tra i sostenitori della rivoluzione islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini contro lo Scià Reza Pahlavi.

Ebrahim Raisi nel 1981 viene nominato procuratore di Karaj. È l’inizio di una rapida carriera nell’apparato giudiziario, che lo porterà prima a capo della procura di Teheran, poi a dirigere l’Ufficio Ispettivo Generale della Giustizia e poi a diventare capo della giustizia dell’Iran.

Nel 2017 si candida quale principale esponente del mondo conservatore nelle elezioni presidenziali. L’avversario è l’uscente Hassan Rohani, che alla fine risulterà vincitore.

Raisi ci riprova nel 2021. In queste consultazioni l’Iran è chiamato a scegliere un nuovo presidente vista la fine del mandato di Rohani. Con il 62% dei consensi, questa volta Raisi centra l’obiettivo battendo il principale sfidante, Abdolnaser Hemmati. Dopo 8 anni, un esponente conservatore torna alla presidenza. Raisi è il tredicesimo capo dello Stato da quando in Iran è in vigore la Repubblica Islamica.


LE REAZIONI

Il dipartimento di Stato americano ha espresso “rammarico”, dopo la vittoria alle presidenziali di Ebrahim Raisi e per il fatto che agli iraniani sia stato negato "un processo elettorale libero e giusto". Questo in relazione ai dati sull’affluenza al voto.

Il premier israeliano Naftali Bennet

Risulta evidente la sintonia degli Stati Uniti con Israele che adopera però, un linguaggio meno diplomatico. Il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha dichiarato: “il nuovo presidente iraniano, Ebrahim Raisi, noto come il macellaio di Teheran, è un estremista responsabile della morte di migliaia di iraniani". Chiude il pensiero di Tel Aviv il premier Naftali Bennett: "per quelli che hanno dubbi, non è stata la gente a eleggerlo ma la suprema guida ayatollah Ali Khamenei che ha permesso la sua nomina. Hanno eletto il carnefice di Teheran". A giudizio di Bennett "un regime di carnefici non può avere armi di distruzione di massa". Ovvio il riferimento alla ripresa del negoziato sul nucleare.

Agnès Callamard, segretario generale di Amnesty International, ha dichiarato: “il fatto che Ebrahim Raisi sia salito alla presidenza invece di essere indagato per i crimini contro l'umanità di omicidio, sparizione forzata e tortura, è un cupo promemoria del fatto che l'impunità regna sovrana in Iran”.


Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato invece un messaggio di congratulazioni al neo eletto presidente Raisi. "Le relazioni tra l'Iran e la Russia”, scrive Putin, “sono tradizionalmente amichevoli e i due Paesi godono di buone relazioni di vicinato. Spero che il suo mandato aiuti l'espansione della costruttiva reciproca cooperazione in campi diversi e ad azioni comuni sulle questioni internazionali per assicurare gli interessi delle due parti e rafforzare la sicurezza e la stabilità della regione".


L’ACCORDO SUL NUCLEARE

Iran, Germania, Cina, Francia, Regno Unito e Russia, stanno negoziando, a Vienna, dall'inizio di aprile, la ridefinizione degli accordi sul nucleare iraniano per ristabilire un equilibrio dopo il ritiro unilaterale degli Usa dall'intesa e il ripristino della sanzioni deciso dall'amministrazione di Donald Trump.


Il 12 giugno è iniziata la sesta tornata dei colloqui che possono definirsi “costruttivi”. Il portavoce del governo iraniano, Ali Rabiei, ha dichiarato che le autorità iraniane "sono sicure di essere sulla strada giusta". Mikhail Ulyanov, capo della delegazione russa ha dichiarato: "un accordo per ripristinare il patto è alla nostra portata". Gli Stati Uniti frenano. Ufficialmente l’oggetto del contendere somiglia alla storia dell’uovo e della gallina: Joe Biden, vuole rientrare nell'accordo, ma chiede che prima l'Iran rispetti tutti i suoi obblighi. Teheran invece chiede una revoca delle sanzioni prima di tornare a rispettare l'intesa. Gli Stati Uniti chiedono all’Iran di firmare una cambiale in bianco. Teheran non si fida temendo che, brandendo il tema dei diritti, Washington non rispetti la sua parte di impegni o peggio, tolga le sanzioni sul nucleare per ripristinarle adoperando la questione dei diritti umani.

E’ ovvio, anche, che gli statunitensi sono trattenuti dagli alleati israeliani e sauditi, che hanno un chiaro interesse nella compressione politica di Teheran, e dall’incertezza della politica estera di Biden, incentrata sull’area Indo Pacifica in funzione anti cinese e sul contenimento dell'influenza russa, ma che, fatto salvo un nuovo ma nebuloso protagonismo internazionale, ha idee poco chiare, e tratti contraddittorie, sia sul Mediterraneo che sul Medio Oriente.


Per Biden l'elezione di Raisi complica il quadro. Aprire all’Iran vorrebbe dire contraddire il ruolo degli Stati Uniti come gendarme mondiale dei diritti umani, anche se, ad onor del vero, questi diritti non sono garantiti nemmeno alle minoranze in patria e che, a tutt’oggi, la pena di morte è in vigore in moltissimi stati dell’unione. Dall’altro è chiaro che se si vuole abbassare la tensione in Medio Oriente l’Iran diventa un interlocutore privilegiato, da prendere sul serio.


LADRI DI GALLINE IN UN MONDO DI VOLPI

Un Iran con l’atomica destabilizzerebbe tutto il quadrante medio orientale, con effetti a cascata sull’Europa, sulla Russia e sull’India, rendendo l’area totalmente instabile e pericolosa. C’è da dire che Teheran adopera il tema del nucleare più come una minaccia da far pesare sui tavoli della politica estera che come opzione militare reale. Certo ha tutti gli elementi per farlo, ma non ci sono mai state prove evidenti di un uso clandestino militare dell'uranio arricchito. La “latenza nucleare” è una cosa ben diversa da una bomba atomica. Certo è che se un soggetto con capacità nucleari viene accerchiato e trova sempre la strada sbarrata in politica estera si comporterà, prima o poi, come un animale messo in angolo. Per quanto voglia semplicemente darsi alla fuga sarà costretto a difendersi.


Ragionevolezza vuole che con Teheran si dialoghi. Questo non vuol dire fare sconti sul tema dei diritti che, anzi, vanno difesi con determinazione. La strada è quella del riconoscimento politico (ed economico) in cambio di avanzamenti sui diritti umani. Ma evitando la logica del ladro di galline che pretende di essere furbo in un mondo di volpi. Le concessioni devono essere reciproche e graduali, senza richieste di cambiali in bianco.


L’Europa potrebbe essere protagonista come lo fu con il primo accordo sul nucleare iraniano. Potrebbe, a patto di distaccarsi dall’attuale appiattimento sulle posizioni statunitensi giocando una propria ed autonoma partita in politica estera.

Anche l’Italia potrebbe essere protagonista, vantando una grande storia diplomatica sulle questioni medio orientali. Ma con l’attuale premier, Mario Draghi, che, in piena pandemia, non trova di meglio da fare che far sapere, durante la discussione sulla fiducia in Parlamento, che il suo governo sarà “atlantista”, c’è poco da sperare se non un allineamento acritico e grossolano sui desiderata di Washington.


MARIO MICHELE PASCALE




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