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MACRON CONFERISCE AD AL SISI LA LEGION D’ONORE E L’ITALIA CONTINUA A FARE AFFARI CON IL CAIRO

Ogni volta che un’azienda italiana riceve un euro dal governo egiziano, è come se il corpo martoriato di Giulio Regeni ricevesse un’altra frustata

La procura di Roma ha chiuso l’inchiesta sull’uccisione di Giulio Regeni. Michele Prestipino, procuratore capo di Roma, relazionando davanti alla commissione parlamentare di inchiesta, ha dichiarato: “si svolgerà un solo processo e si svolgerà in Italia con le garanzie procedurali dei nostri codici”. Nella ricostruzione, svolta congiuntamente da Prestipino e dal sostituto procuratore Sergio Caiocco, si parla di violenze perpetrate per “motivi abietti e futili e con crudeltà” che hanno portato alla “perdita permanente di più organi”. Il ragazzo è stato torturato “con acute sofferenze fisiche, in più occasioni e a distanza di più giorni attraverso strumenti affilati e taglienti”. Un trattamento che ha causato “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico-dorsale e degli arti inferiori”.

I responsabili? A rischiare di finire a processo sono il generale Tariq Sabir e gli ufficiali Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Quest’ultimo, sarebbe l’autore materiale dell’assassinio. Ad inchiodarlo le parole di alcuni testimoni sentiti nei mesi scorsi dai pm di piazzale Clodio che hanno qualificato la morte di Regeni come un “atto volontario e autonomo” svolto da Sharif con l’aiuto di altre persone rimaste ignote.


Patrick Zaki, 27 anni,studente dell’università di Bologna, è in carcere in Egitto dal 7 febbraio scorso. Le accuse che gli sono state contestate sono diffusione di notizie false, incitamento alla protesta, istigazione alla violenza e al terrorismo. Inutile dire che Patrick Zaki tutto è, tranne che un feroce e sanguinario bombarolo. Si tratta infatti di una persona impegnata pacificamente nella difesa dei diritti umani. Patrick Zaki viene tenuto prigioniero secondo standard che farebbero vergognare anche le più dure carceri occidentali.

Al momento la sua detenzione è stata inspiegabilmente prolungata per 45 giorni, senza che sia stata stabilita una data di udienza. 45 giorni più quel che avanza, in attesa di un verdetto ufficiale che potrebbe non arrivare mai.


Il feroce pragmatismo di Emanuel Macron

Nonostante la situazione dei diritti umani in Egitto sia chiara a tutti, e vada tristemente ben al di là dei casi Regeni e Zaki, Emanuel Macron ha recentemente insignito il presidente egiziano Al Sisi della massima onorificenza francese, la legion d’onore, con tanto di onori militari e serata di gala.


Al Sisi ed Emanuel Macron

Macron, inoltre, ha dichiarato che non smetterà di vendere armi all’Egitto: la questione dei diritti umani non è un motivo ostativo per il commercio di questi articoli.

La Francia è, insieme all’Italia, tra i maggiori fornitori di armi del paese Nordafricano. Dal 2015 Parigi ha venduto quantità considerevoli di armi all’Egitto, tra cui due portaelicotteri di classe Mistral e due dozzine di aerei da combattimento Rafale.

Negli ultimi anni Egitto e Francia hanno collaborato per contenere l’influenza di Erdogan in Libia. Anzi per fare della Libia un giardino condominiale condiviso tra Il Cairo e Parigi. La Francia è molto preoccupata per il suo “impero informale” nel Sahel, che coincide con gli ex possedimenti coloniali, all’interno dei quali si fa strada la Turchia con il suo pan islamismo.

Interessi, quelli della Francia, estremamente forti. Proprio in questo caso è lecito dire che “Parigi val bene una messa” e che ci sono “cose più importanti” dei diritti umani.


Al Sisi, dal canto suo, forte dell’appoggio di Macron, proprio dopo essere stato medagliato, ha sostenuto che sia “inappropriato per altri stati suggerire a un presidente come deve agire per tutelare il suo popolo e la stabilità del suo paese”. Tradotto: sul tema dei diritti umani, fatevi i fatti vostri.


La diplomazia italiana? Muta …


Gli ignavi d'Italia

Per quanto il sangue di Giulio Regeni sia il nostro sangue e Patrick Zaki sia italiano di adozione, anche l’Italia fa lucrosi affari con l’Egitto. Giusto per citare un esempio fresco fresco: il primo dicembre di quest’anno l’ENI ha firmato una serie di accordi con lo Stato egiziano e le due aziende pubbliche del Cairo che operano nel settore petrolifero e dell’estrazione del gas naturale (l’Egyptian General Petroleum Corporation e l’Egyptian Natural Gas Holding Company) per riavviare l’impianto di liquefazione della città portuale di Damietta, nel Delta del Nilo, a partire del primo trimestre del 2021.

Per dirne un’altra: fonti diplomatiche egiziane hanno riferito che la prima delle due fregate FREMM di produzione italiana ordinate dal Cairo giungerà nel Paese Nordafricano entro la fine del 2020. Per non parlare dei vari accordi per la vendita di armi varie e di tecnologie connesse.

Pecunia non olet.


In questo quadro desolante non può non far piacere l'iniziativa del presidente della Camera Roberto Fico. “Come Camera dei deputati” ha spiegato Fico in un’intervista ad Al Jazeera Arabic “manterremo ferma la nostra azione rispetto al chiudere le relazioni diplomatiche con l'Egitto”, collegando questa sue decisione a quanto riferito in commissione dai magistrati Prestipino e Caiocco.


I genitori di Giulio Regeni

Ogni volta che un’azienda italiana riceve un’euro dal governo egiziano, ogni volta che si chiude un occhio in nome degli affari, ogni volta che ci si gira dall'altra parte nel balletto delle diplomazie, è come se il corpo martoriato di Giulio Regeni ricevesse un’altra frustata.

Ma questo interessa poco a quanti continuano a fare affari con l’Egitto.

Purtroppo.


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