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NICOLA, MA CHE FAI? di Mario Michele Pascale

Zingaretti annuncia le sue dimissioni da segretario del PD. Consunzione psicologica o tattica politica? Tutti gli errori del segretario ...

Nicola Zingaretti

Nell’articolo precedente avevamo avvisato i lettori che per l’assemblea nazionale del PD, convocata per il 13 e 14 marzo, era prevista burrasca. Ma temo che sia in assoluto il primo caso in cui, a causa delle previsioni metereologiche, il Capitano della nave salga sulla scialuppa di salvataggio salutando ufficiali, truppa e passeggeri.


ZINGARETTI LASCIA

"Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c'è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni. Visto che il bersaglio sono io, per amore dell'Italia e del partito, non mi resta che fare l'ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla presidente del partito per dimettermi formalmente. L'Assemblea nazionale farà le scelte più opportune e utili".

Fin qui la dichiarazione di Nicola Zingaretti. Ma cosa c’è dietro?


UN SEGRETARIO STORICAMENTE DEBOLE

Luca Lotti e Lorenzo Guerini

Lo scontro con l’ala liberal diversamente renziana di Base riformista ha senza dubbio avuto un peso. Va registrato il fatto che le turbolenze e le punzecchiature messe in atto da Lotti, Guerini, Orfini & co. non sono una novità. La novità vera consiste in quel che Martin Luther King definiva “il silenzio degli onesti”. Durante l’ultima polemica la corrente più forte del democrats, quella che fa capo a Franceschini, è rimasta silente. Cosa densa di significato. E’ chiaro che la posizione di Zingaretti è debole. Lo è storicamente: lui è un segretario di compromesso con una corrente modesta rispetto alle corazzate di AreaDem e Base Riformista. La crisi del governo Conte, e con essa quella dello schema del piccolo compromesso storico con il Movimento Cinque Stelle, su cui Zingaretti aveva scommesso, lo ha indebolito ancora di più. La scelta era tra il farsi logorare, imboscata dopo imboscata, dai diversamente renziani, accettando anche il progressivo allontanamento degli alleati, oppure affrontare il nemico in campo aperto. Zingaretti è come l’esercito romano. In formazione è invincibile. Stenta moltissimo di fronte alla guerriglia. E i renziani sono stati addestrati dal massimo esperto in tecniche di corridoio, inganni e trabocchetti: sul suo stendardo c’è scritto, a caratteri cubitali: “stai sereno”.


LA TATTICA DI NICOLA E I DUBBI DEL POPOLO DEL PD

Zingaretti quindi presenta le dimissioni nella speranza di ricompattare il proprio fronte e farsi dire dal partito: “resta”. Incassando, nella futura assemblea nazionale, una vittoria che metta all’angolo Base Riformista. Ma è una scelta saggia? Fonti interne al PD, sollecitate da Area Pascale, riferiscono un certo pessimismo. Da un lato esse esprimono preoccupazione per la tenuta psicologica di Zingaretti. Il suo gesto potrebbe essere anche dettato da atavica stanchezza, più volte palesata dal Presidente/segretario anche in sede regionale. Il nostro, in più di un’occasione, pubblica e privata, aveva parlato di dimissioni e di come fosse pesante portare avanti il doppio incarico.

Le nostre fonti non sono convinte nemmeno della tecnica del “prendo il pallone e scappo”. I giocatori rimasti in campo potrebbero invitare qualcun altro con un pallone più bello.


Nicola Zingaretti e Roberta Lombardi (M5S)

Serpeggia, nel PD Laziale, una certa irritazione. Martedì scorso Zingaretti ha chiesto ed ottenuto, dalla direzione regionale, il via libera all’alleanza con il Movimento Cinque Stelle alla regione Lazio. Alleanza che ora le dimissioni di Zingaretti da segretario nazionale del partito indeboliscono fortemente. Ma soprattutto, nel PD regionale, il risentimento è forte per aver approvato un atto politico determinante senza essere minimamente a conoscenza delle intenzioni del Presidente.

In ultimo un pensiero intimorisce tutto il partito democratico. Un segretario che ha bisogno di dimettersi e di contarsi, appoggiandosi sul beneplacito altrui essendo le sue forze insufficienti, è davvero un leader credibile? Anche se Zingaretti riuscisse nel suo intento è chiaro che risulterebbe ancora più fragile di fronte agli alleati di governo. Il rischio è quello che il Partito Democratico venga preso a pesci in faccia ogni giorno.


ARTEFICE DEL PROPRIO DISASTRO

Vale la pena di sottolineare una cosa. Le dimissioni sono state un atto frettoloso. Se Zingaretti ha preso questa decisione da solo, ha sbagliato. Se è stato consigliato da qualcuno dovrebbe cambiare suggeritori. In ogni caso Nicola Zingaretti perde. E la colpa non è dei diversamente renziani. Loro fanno quel che devono: la classica opposizione interna. Hanno, legittimamente, il disegno di fare del PD una forza compiutamente liberale e marcatamente filo padronale, distruggendo quel minimo di sinistra che è rimasto nei valori dei democrats. Può non piacere, ma nel gioco della democrazia è lecito. Da soli, per quanto possano contare su di un buon 15% del partito, più che sbraitare però non possono fare. Non sono in grado di portare avanti una guerra. Non è un caso se puntano ad una azione di guerriglia e di logoramento.


Nicola è stato, stavolta, in assoluta autonomia, artefice del proprio disastro.


Mario Michele Pascale


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