PD DEL LAZIO: COME CALARSI LE BRAGHE DI FRONTE A CARLO CALENDA IN POCHE, SEMPLICI MOSSE


Prima delle elezioni politiche nel Lazio circolavano una serie di auto candidature per la presidenza della Regione. Era chiara, manifesta, oserei dire cristallina, la voglia di Nicola Zingaretti di andare via. Una voglia non politica ma esistenziale. Nicola, detto non a caso “er saponetta” ha, oltre ad una grande capacità amministrativa e di conduzione delle campagne elettorali, che gli va riconosciuta, anche quella dello svicolare. Perfezionamento dello svicolare è il fuggire. Senza addentrarci nella categoria di fuga nella letteratura occidentale, possiamo dire che Nicola è scappato via di notte dalla segreteria nazionale del PD (il motivo ancora oggi "ci sfugge": forse è solo umorale o è un non detto sul quale si dovrà pronunciare la storia e non la cronaca, dato che le motivazioni date a suo tempo paiono molto evanescenti) e non vedeva l'ora di defilarsi dalla Regione Lazio, volontà a più riprese conclamata.

Ansia di potere? Lo escluderei.

In parlamento Nicola è uno dei tanti che alza la mano. In Regione comandava lui.


GLI ALLORA PAPABILI

Ma torniamo a noi. Prima delle elezioni politiche lo schema era chiaro: Nicola si sarebbe candidato in parlamento, in un collegio sicuro, e sarebbe stato eletto. Pienamente legittime le istanze per la sua successione, passando per le primarie: Alessio D'Amato, assessore regionale alla sanità, la consigliera Marta Bonafoni, espressione di un'ala sinistra, il consigliere Paolo Ciani, espressione di un'area cattolica, quella di Demos, e Daniele Leodori, vice presidente della regione.

Per un certo periodo è stato in campo anche Enrico Gasbarra. Ma la sua era, più che altro, una cortina fumogena. Gasbarra ha sempre detto che avrebbe accettato la candidatura solo se il suo nome sarebbe diventato unificante. Chiaramente non ci credeva nemmeno lui.

Le candidature della Bonafoni e di Ciani erano candidature “di posizionamento”. Avrebbero messo i due in condizione di vantaggio e li avrebbero resi non semplici candidati consiglieri, ma titolari del consenso di un'area politica. Come Cavour nella guerra di Crimea, con poco sforzo si sarebbero seduti al tavolo delle trattative. Sarebbe stato il tipico caso in cui, perdendo, si sarebbe vinto comunque.

All'epoca nessuno credeva in D'Amato. Popolare mediaticamente per via della gestione dell'emergenza Covid ma poco altro. Sopratutto privo di significative connessioni territoriali.

Daniele Leodori

La candidatura più interessante era quella di Daniele Leodori. Interessante perché aveva un senso politico: era la “rivolta dei burini” contro Roma. Una sorta di Spartaco dei nostri tempi.

Ovviamente l'impero romano non gradiva.

Intorno a Leodori si sono stretti tutti i rappresentanti dei territori e aveva raccolto anche le simpatie dei cinque stelle che governavano insieme al centro sinistra laziale. Perché, diciamola tutta, da partito radical rivoluzionario il movimento cinque stelle ha compiuto una significativa evoluzione, diventando, parliamo sempre della regione Lazio, partito di lotta e di ipotetico governo e infine, pienamente, partito di governo.

L'esercizio del potere piace anche ai pentastellati. Del resto se un partito esiste, esiste per governare. E con Leodori vicepresidente della regione i pentastellati si sono trovati oggettivamente bene, collaborando in armonia.

Leodori offriva loro un terreno ideologicamente povero, giacché rivendicava acriticamente lo zingarettismo, ivi compresi i suoi molti errori, ma ricco per la carica "eversiva": anche i cinque stelle della Pisana avevano (e hanno) la necessità di regolare definitivamente i conti con Roma, con Virginia Raggi e la sua (ex) corte.


ENRICO IL (POCO) SAGGIO

Carlo Calenda

Con le elezioni politiche avviene anche la rottura tra movimento 5 Stelle e PD.

Il PD, inspiegabilmente, passa da una difesa a spada tratta del governo Conte II a una difesa a spada tratta dell'esecutivo Draghi. Dall'amore all'odio sfrenato per i cinque stelle, rei di aver fatto cadere l'uomo della provvidenza mandato a noi da Bruxelles. In nome di cosa? Della difesa di un governo “dei migliori” dove la linea politica veniva quotidianamente decisa da chiunque tranne che dal PD?

A dare il colpo finale ai sogni di competitività dei democrats fu Carlo Calenda con le sue manovre. Astute, talmente astute che molti commentatori dubitano che sia tutta farina del suo sacco.

Calenda prima illude il PD per una riedizione in tono minore del campo largo, senza cinque stelle, poi molla i democrats, lasciandoli con un palmo di naso. Resuscita Matteo Renzi e Italia Viva che, praticamente, erano morti. Scardina in un colpo solo la centralità del PD sullo scacchiere politico e manda in soffitta la cosiddetta “vocazione maggioritaria”.

Segue, nel PD, lo psicodramma collettivo.

All'interno di questo scenario poco sano, con tutti i problemi aperti e le ferite sanguinanti, per il segretario Enrico Letta una sola cosa era chiara: “è stata colpa di Conte”.


ANCHE I VECCHI SAGGI SBAGLIANO

“Le elezioni politiche sono una cosa, quelle amministrative un'altra”. Lo ha detto Bruno Astorre, segretario regionale del PD, ospite di Area Pascale in radio. Io gli feci notare che anche se questo fosse vero, un segretario nazionale di un partito che quotidianamente insulta il leader nazionale di un partito che nel Lazio è necessario per poter vincere, rischia di far naufragare sia l'alleanza che la vittoria.

Astorre, (riassumo, ma chi vuole può guardare l'intera intervista) rimase delle sue posizioni, dicendo, numeri alla mano, che era nell'ordine delle cose e negli interessi di tutti andare al campo largo. E i cinque stelle ci sarebbero stati. Oggi posso dire: avevo ragione io. Certo la politica è opportunità e consenso. E' numeri. Ma nell'insieme di “sangue e merda”, come Rino Formica definiva l'attività politica, c'è anche un dato ideale e morale che non può essere sottovalutato: ci vuole rispetto per gli alleati. Magari anche una contrapposizione ruvida e forte sui temi, ma sostanzialmente ci vuole rispetto.

In questo Letta il giovane ha dimostrato di non conoscere le basi, i rudimenti del mestiere e Bruno Astorre, che è una cara persona e mi scuserà per la franchezza, ha sottovalutato il fatto che il collegamento tra dato nazionale e dato locale c'è. Eccome.

La politica non è, non può essere, solo “vincere” né può essere solo la successiva spartizione aritmetica delle posizioni di governo. C'è parecchia roba in mezzo. Roba che pesa.


IL PACHIDERMA TIRATO PER IL NASO

In questo scenario ha avuto gioco facile, per l'ennesima volta, Carlo Calenda. Ha appoggiato la candidatura di D'Amato, facendola propria, ben sapendo che avrebbe messo in grave difficoltà sia la candidatura di Daniele Leodori, sia tutto il PD.

Un partito coeso, un partito vero, avrebbe rispedito al mittente la manovra dicendo: “i nostri candidati li scegliamo noi. Non ti impicciare”. Invece no. Il Partito Democratico ha dimostrato di essere un pachiderma un po' tonto che un signore leggermente corpulento ed occhialuto, venuto dai Parioli, prende per la proboscide e porta dove vuole.


Cosa ci guadagna il PD stando a questo gioco? In termini di autonomia politica ben poco. Anzi. Se tanto mi da tanto si apre una fase nuova in cui Calenda, nel Lazio, con poco sforzo, riuscirà a inglobare una parte del PD e a teleguidare quel che ne resterà. Basta vedere chi plaude alla candidatura di D'Amato. Calenda riesce nel suo intento non perché sia un mostro di bravura ma perché, in tutta la sinistra, è l'unico ad avere un disegno chiaro, una “idea-forza”: vampirizzare il Partito Democratico per creare una grande forza liberale, ferocemente atlantista e orientata a copertura degli interessi dei ceti medio alti, con rapporti meramente “caritatevoli” verso la questione sociale, in grado di ristrutturare il sistema politico ed economico italiano.

Un po' lo schema di Macron in versione pecoreccia, senza la grandeur francese. Idea copiata, d'accordo, ma pur sempre un'idea.

I soggetti della sinistra non ne hanno nemmeno mezza.

LES JEUX SONT FAITS

Ieri, 10 novembre, Bruno Astorre, la cui simpatia per la candidatura di Daniele Leodori era di pubblico dominio, ha dichiarato che proporrà Alessio D'Amato come candidato unico del PD alla presidenza della regione Lazio.

Sipario.


Mario Michele Pascale

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