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GIORGIA E GLI INDUSTRIALI di Mario Michele Pascale

Confindustria cerca nuove sponde politiche. La Meloni è in crescita e si rafforza aggiungendo un signor alleato in vista delle future elezioni
Giorgia Meloni

Correva l’anno 2018 quando Matteo Salvini tuonava: “c'è qualcuno che è stato zitto per anni quando gli italiani, gli imprenditori e gli artigiani venivano massacrati”. L’obiettivo della sua polemica era Confindustria. L’occasione fu la richiesta, da parte dell’allora presidente degli industriali Boccia rivolta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di modificare la manovra di bilancio allora in discussione per evitare la procedura d'infrazione che l'Unione europea avrebbe potuto attivare. Dichiarò Boccia: "considerando che con appena quattro miliardi evitiamo la procedura di infrazione europea, direi a Conte di chiamare i suoi due vice premier e direi loro di togliere due miliardi a testa. Se uno dei due non vuole arretrare, mi dimetterei e denuncerei all'opinione pubblica chi si rifiuta".

Il vice premier Salvini colse la palla al balzo. Non tanto per i contenuti filo europeisti del ragionamento di Boccia, né per il tono arrogante, quanto per la sostanza politica. Confindustria, soprattutto la Confindustria guidata da Boccia, doveva essere punita perché reputata, dal carroccio, troppo pendente a sinistra.


Matteo Renzi e Vincenzo Boccia

L'ERA BOCCIA: CONFINDUSTRIA VA A SINISTRA

E lo era. Quella di Boccia, che governò il sodalizio degli industriali italiani dal 2016 al 2020, nonostante i notevoli mal di pancia interni soprattutto tra gli associati del Nord, fu la stagione dell’adesione al renzismo. Dall'intesa tra il Matteo Renzi segretario del Partito Democratico e Confindustria aveva visto la luce il Jobs Act, che tanto ha diviso gli animi degli italiani.

Quando poi arrivò il referendum costituzionale voluto e perso da Renzi, Boccia, appena eletto, schierò apertamente l'associazione per il Sì. E non solo come posizione ideologica, ma anche a livello organizzativo, attraverso una mobilitazione politica capillare.

Una scelta senza precedenti per l'associazione, che, nei fatti, ha acuito le tensioni interne tra i suoi membri, che hanno sì bisogno della politica per incidere sulle scelte strategiche del paese, ma che di rado entrano direttamente e in maniera scoperta, come volle Boccia, nell’agone politico.

L’elezione di Carlo Bonomi ha il sapore di un “correttivo” rispetto ad una gestione poco “economica” e molto “ideologica” dell’organizzazione.


BONOMI CAMBIA SPARTITO

Carlo Bonomi

Il primo passaggio visibile della nuova gestione è stato quello di una qual certa freddezza nella rinascita politica di Renzi. Italia Viva non ha suscitato entusiasmi negli uffici di viale dell’astronomia ed è stato chiaro a tutti che l’idillio precedente era terminato.

Il secondo passaggio è stato un distacco, consensuale, dal PD. Quando Bonomi, nel suo discorso di insediamento, disse “non vogliamo diventare un Sussidistan”, il vicesegretario del Pd Andrea Orlando rispose: “se li prendono gli altri si chiamano sussidi. Se li prendi tu, contributi alla competitività”.

Bonomi, dopo le cesure a sinistra, ha quindi recuperato una posizione “padronale”, molto aggressiva sia nei confronti dell’esecutivo che nelle relazioni sindacali. Ed ha cercato una nuova sponda politica.

La Lega non era idonea. La leadership di Salvini, nonostante l’affetto di molti industriali del settentrione nei confronti della causa, non dava garanzie. Troppi eccessi, troppa demagogia, troppa fragilità ed ingenuità nel fronteggiare i corridoi della politica (come la faccenda della richiesta dei pieni poteri tramutatasi in disfatta insegna).

Silvio Berlusconi era troppo anziano, portatore di un’idea di impresa ferma agli anni ‘80 e ‘90 e non vi sono certezze sulla leadership successiva alla definitiva uscita di scena del “presidente operaio”.


Ecco che l’unico candidato idoneo a svolgere il ruolo di “accompagnatore” di Confindustria resta Fratelli d’Italia. Formazione politica in crescita, molto attrattiva nei confronti degli amministratori locali, e con una leader capace di macinare lavoro, consenso e linea politica come una macchina da guerra.


Maurizio Leo

PROLOGO AD UN FIDANZAMENTO

Ai primi di gennaio di quest’anno il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, e il direttore generale Francesca Mariotti, hanno incontrato a Roma Giorgia Meloni e il responsabile del dipartimento economico finanziario del partito Maurizio Leo. Nel corso dell'incontro sono state discusse le principali questioni economiche e fiscali di interesse delle imprese, a partire dalle norme contenute nella legge di bilancio, ritenute parziali e non sufficienti a garantire il necessario rapido rilancio dell'economia. Leggiamo dal comunicato emesso dopo l’incontro: Confindustria sposa “alcune delle principali proposte che Fratelli d’Italia ha portato in Parlamento negli ultimi mesi”.

Ma il punto più importante è un altro. Confindustria parla con tutti: non costa niente. Un appuntamento non si nega a nessuna forza politica e lo sforzo per dare una pacca sulla spalla, soprattutto in assenza di testimoni, è decisamente sostenibile. Ma da qui ad avviare una relazione privilegiata, se non organica, ce ne vuole. Parlare e vedersi va anche bene, purché non diventi un’abitudine.

Con la Meloni la musica però cambia. Al termine dell'incontro, infatti, i due soggetti hanno deciso di attivare un ciclo di incontri periodici. Lo scopo è quello di “promuovere iniziative legislative finalizzate allo sviluppo e alla crescita delle imprese italiane”. Tradotto vuol dire: le nostre proposte avanzano preferibilmente attraverso i parlamentari di Fratelli d’Italia.


Confindustria si prepara a ciò che accadrà domani. Non è un caso che sia rimasta abbastanza distante dall’attuale crisi di governo. Le miserabili, miserrime miserie del duello tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, che oggi tengono banco, sono destinate ad essere etichettate dalla storia come l’ultimo rantolo, anche di un qual certo cattivo gusto, da parte di un equilibrio politico destinato all’estinzione. E’ difficile credere che in future elezioni l’alleanza giallo rossa così come la conosciamo oggi possa avere un futuro. Confindustria queste cose le sa.

Se è vero che oggi si stabilisce come e dove spendere il denaro che viene dall’Europa, è altrettanto vero che la fase gestionale vera e propria, quella in cui il denaro, materialmente, scorrerà a fiumi, è abbastanza lontana.

Per questo Confindustria pensa al domani e sceglie il dialogo strategico con Giorgia Meloni.



Mario Michele Pascale


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