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MACRON E IL FALLIMENTO DELLA STRATEGIA BONAPARTISTA di Mario Michele Pascale

Non è oro tutto quel che luccica. La politica estera francese del 2020 è stata un vero disastro ...

Il Presidente francese Emanuel Macron

In una recente intervista rilasciata alla rivista “Le grand continent”, il Presidente francese Emanuel Macron ha dichiarato: “l’Europa non dissolve la voce della Francia: la Francia ha la sua concezione, la sua storia, la sua visione degli affari internazionali, ma la sua azione risulta molto più utile e forte se portata avanti attraverso l’Europa”. L’Europa non è cosa in se, è strumento. Il fine ultimo non è strutturare il vecchio continente in quanto patria e casa comune, ma far si che la voce della Francia risuoni più forte.


E’ tradizione, all’Eliseo, che al volgere del mandato i presidenti si sbilancino sempre di più verso la politica internazionale. E’ stato così sia per Mitterrand che per Chirac. Ambedue sono stati dell’idea che la Francia sia un paese a parte, che abbia un ruolo globale da svolgere e la cui voce deve essere espressa con forza e determinazione. A questo Macron aggiunge toni bonapartisti, da salvatore del pianeta. Mentre l'azione in politica estera dei suoi due illustri predecessori era comunque un’opera collegiale, svolta cercando la collaborazione di attori terzi, quella di Macron ha caratteristiche solitarie.

Il Presidente francese deve fare i conti con le contraddizioni della sua politica interna, ad oggi del tutto inefficace e divisiva a cominciare dai rapporti con i sindacati e i gilet gialli. Più si approssimeranno le presidenziali del 2022 più Macron sposterà l’asse verso l’esterno tentando di distrarre l’elettorato francese dai fallimenti in patria.

Ma la politica estera francese è davvero così efficace?


MACRON IN IRAQ

Macron e Al Kadimi

A settembre il presidente francese è stato in Iraq. Macron e il primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi hanno discusso sia di cooperazione militare che di energia. L’energia è il vero punto dolente della struttura produttiva irachena. Per quel che riguarda la produzione Baghdad dipende dalle forniture iraniane. Per quel che riguarda la distribuzione la rete è un vero e proprio colabrodo. Al Kadimi vuole, strategicamente, l’autonomia energetica. Sul medio periodo la Francia si offre volontaria per gestire la transizione. Una transizione che potrebbe anche non avvenire mai. Un affare estremamente ghiotto per le industrie francesi.


Gli Stati Uniti guardano con estremo favore al piano energetico di Kadhimi, perché il loro obiettivo, sia da un punto conservatore che da un punto di vista progressista, è isolare quanto più possibile l’Iran sul piano internazionale. Joe Biden sa benissimo che più Teheran è isolata, più accetterà volentieri la mano tesa statunitense e, con essa, nuovi accordi sul nucleare ed una sistemazione geopolitica della regione gradita a Washington.

Di certo gli States non vedono di buon occhio il neo bonapartismo di Macron. Donald Trump lo assecondava in un ottica di divisione tra gli alleati europei. Biden, che giocoforza dovrà recuperare un ruolo a livello internazionale, non potrà permettere un interventismo francese a Bagdad. Tant’è che gli Stati Uniti patrocinano forniture energetiche provenienti dall’Arabia Saudita, storico e stimato alleato nella regione.

La mossa di Macron risulta quindi un fattore di destabilizzazione nell’area. Un’area che ha bisogno di tranquillità per far ripartire il negoziato sul nucleare iraniano.


MACRON IN LIBANO

Il premier libanese Mustapha Adib

Altra tappa del viaggio è stato il Libano. Il paese ha solidi legami culturali con la Francia, di cui è stata ex potenza mandataria. Macron sta cercando di estendere l’influenza francese, approfittando della rabbia popolare verso la classe politica dopo l’esplosione al porto di Beirut.

Ha avvertito il governo di procedere con le riforme, altrimenti gli aiuti saranno sospesi. Grandi discorsi, scarsi risultati. Il progetto di Macron si scontra con la scarsa capacità della Francia di influenzare il sistema politico libanese. La nomina di Mustapha Adib a primo ministro, figura poco nota e dalla scarsa legittimazione politica, non lascia presagire un’effettiva volontà di procedere ad un allineamento verso i desiderata di Macron. Semmai Adib, che ha bisogno dell’aiuto di tutti per poter restare a galla e salvare il salvabile, farà di tutto per non inimicarsi nessuno, quindi si terrà ben alla larga dall’accettare un “protettorato” di Parigi.


MACRON E LA GRECIA


Il primo ministro ellenico Kyriakos Mitsotakis

Macron è corso in aiuto della Grecia, condividendo la preoccupazione del primo ministro ellenico in merito alle tensioni provocate dalle decisioni unilaterali della Turchia in materia di esplorazioni petrolifere. Il Presidente francese ha quindi dichiarato che le trivellazioni “devono cessare per consentire un dialogo tranquillo tra paesi vicini e alleati all’interno della NATO”. Con questo ha annunciato un rafforzamento della presenza militare francese nel Mediterraneo orientale. Se da un lato Macron mette un piede nei Balcani e un altro nell’Egeo, parallelamente mette a rischio l’equilibrio già raggiunto sulla Libia che, come stabilito, dovrebbe essere un condominio a tre turco-egiziano-francese.


Non si comprende la logica dell’intervento francese. La Grecia non rischia un attacco turco. Il problema è semplicemente economico ed è slegato dalle dispute storiche tra i due stati, vedi il caso di Cipro, perché dietro questi attori vi sono compositi interessi internazionali legati all’estrazione del gas naturale. Interessi che avrebbero tutto da perdere in caso di conflitto.

La Libia invece è una polveriera. E Basta poco per incendiarla.


GLI ESTERI COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

L’azione di Macron in Grecia è comprensibile nella misura in cui il presidente francese voglia accreditarsi come paladino del diritto internazionale, difendendo la parte in causa più debole. In Libano, si atteggia a moralizzatore dei costumi locali brandendo il diritto (ed il denaro) contro la corruzione altrui. Si accredita come eroe dei più deboli offrendo cooperazione militare ed economica contro il gigante iraniano all’Iraq.


Questi ultimi fronti della politica estera francese, sviluppati tutti nel 2020, vanno letti in chiave della ricerca del consenso interno. Solo ed esclusivamente in preparazione delle nuove presidenziali francesi. Come detto Macron cerca di coprire i fallimenti in politica interna con la grandeur all’estero.

Una grandeur che, a ben guardare, tale non è.

Inoltre i francesi non sono gli americani. L’orgoglio nazionale è certamente importante, ma la disoccupazione, lo stato del sistema produttivo, l’economia, la qualità dei servizi offerti ai cittadini, sono temi molto più presenti nel cuore dei francesi rispetto alle questioni estere. La Francia non è il Montana, né l’Idaho. Il corpo politico francese è ben più maturo e consapevole e difficilmente lo si potrà prendere in giro.


I gilet gialli francesi

Anche se Macron fa di tutto per non affrontarli, saranno dirimenti, per una sua rielezione, i nodi di politica interna. Lì non basterà il sorriso, né l’aria da ragazzino, né le pompose dichiarazioni.

La Francia aspetterà Emanuel Macron alla prova dei fatti.


Mario Michele Pascale

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